di Annalisa Ippolito

Nel Buddhismo, i fiori sono simboli di impermanenza, bellezza e offerta spirituale. Fra tutti, il loto è il più significativo: rappresenta la purezza che nasce dalla sofferenza, la capacità di elevarsi oltre il dolore, come una promessa silenziosa di trasmutazione. Se chiedete a un praticante buddista in Nepal, Giappone o Tibet quale fiore rappresenti il Buddhismo, la risposta sarà sempre la stessa: il loto. Non solo perché è bello, ma perché racchiude l’essenza del percorso spirituale.

Nel mandala buddhista tradizionale, il terzo anello interno è chiamato anello del loto: è qui che si racconta il passaggio dal samsara al nirvana, il cammino dalla confusione alla consapevolezza. Il loto diventa una geografia dell’anima.
Le sue radici affondano nel fango, simbolo del samsara, dell’ignoranza, del dolore, delle emozioni che ci vincolano. Lo stelo cresce attraverso l’acqua torbida, metafora delle difficoltà e delle illusioni che incontriamo nella pratica. Inifne, il fiore emerge, integro, verso la luce. È la realizzazione: un’apertura luminosa che nasce proprio dall’attraversamento delle ombre.

Nei mandala e nelle thangka tibetani, il loto non è mai decorazione. Si trova anche al centro del Palazzo Celeste, è il trono delle divinità, il luogo da cui si manifesta la presenza illuminata. Un fiore che abbraccia fango e luce, per trasformarli in bellezza e saggezza.
Il loto ci insegna che la liberazione non nasce dalla fuga, ma dalla trasformazione. Ogni petalo custodisce un invito: riconoscere le risorse interiori che già sono in noi. E come il loto, anche noi possiamo scoprire che, nel profondo di ogni sfida, c’è un seme di luce pronto a sbocciare.

Copertina: September 2024, Green Tara Sand Mandala, Nuns from the Jangchub Choeling Nunnery.