Lo Yantra della dea Dhumavati è prima di tutto la forma visibile di una presenza, il corpo simbolico della dea reso architettura sottile. Come ricorda Alain Daniélou, la divinità non è solo un racconto mitologico ma una potenza cosmica e uno stato interiore; in questa geometria sacra, tale forza si concentra per farsi accessibile, trasformando l’invisibile in uno spazio abitabile senza smarrirne l’intensità. Non è un semplice disegno, ma una mappa di energia che appartiene alla settima delle Mahavidya: manifestazioni delle Grandi Sapienze della Dea che attraversano eros e morte, luce e ombra. Dhumavati ne incarna l’aspetto più spoglio, la “Vedova” o l’Anziana che custodisce il vuoto e la dissoluzione delle illusioni. Rappresenta ciò che comunemente viene temuto, la perdita, la fragilità, il conflitto, e proprio per questo viene invocata quando la vita chiede un attraversamento consapevole dell’ombra.
Questa natura è inscritta nella struttura stessa dello yantra, dove il triangolo centrale della Shakti è racchiuso in una stella che esprime l’intersezione delle forze. Intorno si dispiega il cerchio della totalità e il loto, immagine della coscienza che emerge dal fango dell’esperienza, fino al quadrato che delimita e protegge lo spazio sacro. Al centro vibra il bindu, il punto infinitesimale che indica il vuoto originario da cui tutto procede e a cui tutto ritorna. Tradizionalmente tracciata sulla corteccia di betulla himalayana con inchiostro rituale, questa geometria non è ornamentale ma operativa: concentra, custodisce e trasforma. Nell’arte figurativa, la Dea appare emaciata, seduta su un carro senza cavalli e con lo sguardo severo di chi vede dove altri distolgono lo sguardo. Tra le mani tiene un setaccio, gesto essenziale che separa il grano dalla pula, la verità dal superfluo. È la “Fumosa”, colei che abita il territorio intermedio in cui le vecchie forme si sono già dissolte ma le nuove non sono ancora stabilizzate.
È su questa soglia che lo yantra di Dhumavati incontra il senso profondo della menopausa. Questa stagione della vita non chiede più di fiorire per gli altri o di definirsi attraverso la fertilità biologica; chiede invece di raccogliersi e di concentrare l’energia che prima si disperdeva nel ciclo del dare. La menopausa, spesso vissuta come perdita, diventa in questa prospettiva una trasformazione di stato: il passaggio dalla fiamma visibile al calore interno, dalla generazione di vita alla generazione di coscienza. Dhumavati, non più definita da legami o appartenenze, incarna un’autonomia austera, una sovranità silenziosa che nasce dall’aver attraversato il fuoco dell’esperienza senza bisogno di ornamenti o approvazioni.
Meditare su questo yantra significa allora abitare la “fumosità” del passaggio senza pretendere definizioni premature, lasciando che ciò che è falso cada da sé. La protezione che offre non è difensiva, ma risiede nella stabilità di chi non deve più dimostrare nulla. Insegna che nel vuoto non c’è mancanza ma spazio, e che nella fine di una funzione può emergere una nuova forma di potere, non più legata al sangue ma alla lucidità. Dhumavati ci ricorda che la donna anziana non è un’ombra sociale ma una soglia vivente, una geometria bruciante che custodisce la possibilità di una libertà matura, vigile e profondamente attiva nel mondo.



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